L' arte: rivista di storia dell'arte medievale e moderna — 10.1907

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BIBLIOGRAFIA

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da Paolo Giordani, e tanto i documenti, quanto le
ragioni stilistiche, escludono assolutamente l’ipotesi
dell’A., il quale, con troppa fiducia nelle sue forze,
nel suo colpo d’occhio, ha svolto un tema bellissimo,
intravvedendo qualche verità, cadendo in molti er-
rori. La determinazione della personalità del Laurana,
tanto varia e mutevole d’aspetto, era molto ardua, e
non poteva farsi senza un lungo studio, non con uno
studio a breve scadenza.

* * *

Con diligenza invece ha proceduto, nel suo la-
voro di ricostruzione della figura artistica di Fran-
cesco Laurana, Wilhelm Rolfs, non lieto d’avere avuto
un concorrente improvvisato e inatteso. Ma il campo
dell’onore è tanto grande da lasciar posti privilegiati
a tutti coloro che lavorano con scienza e coscienza !
Quella del Rolfs è una vera e propria monografia sul
Laurana, architettata con ampiezza, ma forse con
troppa abbondanza di particolari.

Dapprima ne studia il luogo d’origine, il nome e
l’educazione. Per quest’ultima, se l’A. invece di adu-
nare e commentare notizie, si fosse recato in Dalmazia,
e si fosse fatta un’ idea chiara del grande sviluppo che
prese la scultura in quella contrada, i contorni delle sue
argomentazioni sarebbero stati più precisi e più saldi. E
davvero, piuttosto che ripetere lo sproposito del
Semper, il quale fa di Lorenzo Canozi da Lendinara
un dalmatino da Lenvenara, valeva meglio cercare
nel paese d’origine del Laurana i mezzi della sua
preparazione artistica, i monumenti attestanti di una
grande fioritura d’arte italiana, particolarmente ve-
neta, da Zara a Ragusa. A noi pare, del resto, molto
discutioile che il Laurana, entrato nello studio del
Brunellesco nel 1444 o nel 1445, vi conoscesse Do-
menico Gagini, e andasse con lui nel 1447 o nel 1448
a Genova, per lavorare insieme nel frontispizio mar-
moreo della cappella del Battista. Solo nel 1458 tro-
viamo tra gli altri scultori dell’arco di Castelnovo a
Napoli Domenico Lombardo e Francesco Laurana.
Finalmente, se in quel Domenico Lombardo si deve
riconoscere il Gagini, i due artisti si trovano vera-
mente associati nell’opera. Secondo il Summonte,
l’arco fu fatto « per mano di Francesco Schiavone,
opera per quei tempi non mala » ; e quindi allo stesso
maestro se ne attribuisce il disegno. L’A. non gli at-
tribuisce alcuna parte delle sculture che lo adornano,
e qui passa forse il segno del giusto. Già abbiamo
detto che il Burger ha intravveduto qualche verità ;
e lo dimostreremo prossimamente ne VArte. Per
noi, il Laurana ha scolpito nell’arco, in una sua forma
primitiva, che subì in seguito variazioni e modificazioni
assai grandi, tanto che dalle mediocri esercitazioni di
tagliapietra passò di mano in mano a nobilissime com-
piute forme ideali.

L’A. segue quindi il Laurana nel suo primo sog-

giorno in Francia e in Sicilia, a Partanna e a Sciacca;
nelle sue rinnovate relazioni con Domenico Gagini;
nello scolpire le Madonne a Trapani, a Sciacca, a
Palermo, a Monte San Giuliano, a Noto, a Messina.

Troppe cose si ascrivono al maestro in Sicilia: egli
scolpì qualche esemplare compiutissimo di Madonna,
che una folla di tagliapietre imitò. Non vi è chiesa
siciliana che non abbia qualche imitazione delle belle
Madonne del Laurana: a Termini Imerese, ce n’è una
nella parrocchia della Consolazione, una seconda in
una cappella a destra della chiesa madre, una terza
nel fondo della chiesa stessa, una quarta in Santa
Maria di Gesù ; a Girgenti, una nel duomo, una se-
conda in San Francesco, una terza in San Nicola, ecc.
Dalle forme del Laurana si passa alle imitazioni di
maestri degnissimi (esempio quella di Antonello Ga-
gini in Santa Maria di Gesù a Catania) ed anche alle
fatture di fallimagini o di figurinai. Una attenta di-
samina di tutto quel popolo di Madonne è necessario,
anche per non dare al Laurana, ne’ pochi anni che
rimase in Sicilia, le braccia di Briareo. Noi siamo per-
fino propensi, nonostante il documento del Di Marzo,
a dubitare che la Madonna del duomo di Palermo sia
stata fatta di mano propria di Francesco Laurana,
tutta liscia com’è, con le carni e le vestimenta tirate
ugualmente a lucido, coi lineamenti grossolani, con
le vesti pesanti, imbottite. Nè mai potremo ammet-
tere con l’A. l’attribuzione al Laurana della Madonna
di Sciacca. Essa è riprodotta nelle tavole annesse al
volume, proprio vicina alla gentilissima, soave Ver-
gine di Noto, che porta un drappo intorno alla fronte
di seta crespa, quale il Laurana usò nel coprire il
busto delicato delle Madonne terrene. Qual differenza
di quest’arte raffinata con quella grossa della Madonna
di Sciacca! Altrettanto può dirsi dell’altra che l’autore
assegna al Laurana in San Francesco, di Palermo,
mentre nella stessa chiesa, nella prima cappella a si-
nistra, ve n’è una ben più prossima al maestro, ep-
pure aggiudicata alla sua bottega. La base di que-
st’ultima ha certe belle testine d’angioli, le quali
si rivedono identiche o quasi nella pila dell’acqua-
santa nel cìubmo, intendo in quella a sinistra, recen-
temente attribuita dal Mauceri con buona ragione al
Laurana. Nell’una e nell’altra opera sono le stesse
leggiadre teste di cherubini paffutelli, dolci, graziosi,
coi bei capelli filati, volanti di qua e di là dalle
guancie. Questa apparizione di cherubini lauraneschi,
sotto i piedi della seconda Madonna qui citata di
San Francesco di Palermo, poteva essere indizio tale
da far osservare più attentamente la Madonna stessa,
e particolarmente quel piccolo San Giovanni che si
stringe alle vesti di lei come se fosse rincorso da un
cagnolino. Almeno un rinnovato esame avrebbe co-
stretto l’A. a mettere la Madonna supposta della bot-
tega del maestro sopra all’altra ascritta in San Fran-
cesco al Laurana stesso.

L'Arte. X, 60.
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