L' arte: rivista di storia dell'arte medievale e moderna — 15.1912

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NOTA SU li VA RISTO BASCHENIS

IL primo elenco che demmo delle opere di tale arti-
sta, in fine dello studio pubblicato in questo stesso
periodico, fascicolo V, doveva essere necessariamente
incompleto, sia, come dichiarammo, perchè la nostra
esplorazione di quadri di strumenti musicali era stata
rivolta solo a Bergamo o nel territorio bergamasco,
sia perchè, non essendosi nessuno prima di noi occu-
pato del Baschenis, non s’era ancora suscitato intorno
ad esso quell’interesse dei cultori d’arte e dei colle-
zionisti, che tanto è necessario a ricostituire la figura
d’un artista ignorato, oltre che con giudizio critico,
anche con dati di fatto.

Possiamo ora aggiungere, come primo supplemento
— chè certo dovette essere molto larga l’attività del
Baschenis e discepoli — le seguenti opere di cui ab-
biamo avuto notizia o per lettere private o per visione
diretta d’esse.

Un quadro d’istrumenti musicali mi è segnalato dal
dott. Aldo Ravà che n’è anche il proprietario. Egli
lo ritiene un Baschenis, e di tale parere, egli mi scrive,
sono il Fogolari e il Modigliani. Il quadro è a Ve-
nezia.

A Roma, in casa dell’onorevole Gianforte Suardi,
che s’adorna di mirabili Ghislandi e d’altre opere d’arte
di gran pregio, son conservati sei quadri del Baschenis
e discepoli. Il ritratto di fanciullo con canestra di pane,
già riprodotto nel nostro saggio, ci pare sempre un
mirabile quadretto per gli occhi vivissimi del bambino,
per la sua posa elegantissima, per il cesto di paglia
dorata, studiato sul vero, per il piegare, specie nella
manica, così nuovo e personale. Esso è certo conce-
pito sotto l’influenza dell’arte caravaggesca, ma pare
che ogni ricordo s’estingua in esso, rivelandosi come
il prodotto d’un artista solitario e raccolto.

Oltre tale ritratto abbiamo visto cinque altri quadri
di cui quattro di strumenti mnsicali di discepoli del
Baschenis ed uno, molto importante, che rappresenta
matasse moltissime di seta grezza o lavorata, disposta
su d’un tavolo, come su d’un banco di mercante che
l’ostenti ai compratori. Questo quadro può essere del

Baschenis, data anche l’evidenza della seta e l’accordo
luminoso del colore, e può rivelarci lo scopo pratico,
oltre naturalmente quello artistico dei suoi quadri, con
i quali come diffondeva in tutta l’Italia l’industria
degli strumenti della scuola di Cremona e di Brescia,
così rappresentava in essi i prodotti d’una industria,
così diffusa nel Bergamasco: l’industria della seta.

Dei quattro quadri d’istrumenti, uno appartiene
quasi con sicurezza a Bartolomeo Befferà, notandosi
in esso la solita deficienza nel rendere la forma dei
liuti e lo scarsissimo gusto nel segnare le pieghe dei
drappi ch’egli eseguisce come curve dure di corni.

Negli altri tre si rivela la maniera peculiare di un
altro seguace del Baschenis che credemmo d’identifi-
care con Alfonso Loschi, nome che si legge sulla costa
d’un libro in un quadro di proprietà Camozzi a Costa
di Mezzate, presso Bergamo. Prima di parlare di questo
Loschi notiamo che i tre quadri del conte Gianforte-
Suardi, in uno dei quali è segnato in grande il nome
di Alfonso Loschi, dietro il dorso d’un libro, hanno
tutti un’ identica maniera, debole ed incerta, una stessa
colorazione gialliccia e monotona, ordine sparso nei
gruppi degli strumenti. Si rivela in essi, in breve, la
stessa mano ch’eseguì il quadro di proprietà Camozzi,
da noi attribuito ad Alfonso Loschi.

Ora poiché questo nuovo seguace del Baschenis,
sia esso il Loschi o no, tanto nel rendere le forme
degli strumenti, quanto nel segnare i drappi che fa
a pieghe lente, cadenti, monotone e nell’aggruppare
i vari campioni dell’industria liutaria si differisce pro-
fondamente dal Befferà, di cui fissammo già la ma-
niera precisa della sua arte, non deve in nessun modo
confondersi con esso, costituendo una terza persona-
lità, diciamo strumentistica oltre quelle del Baschenis
e del Befferà.

Chi sarà dunque tale ignoto seguace? Alfonso
Loschi ?

Il trovare questo nome non come firma ma a stam-
patello dietro coste di libri, tra gli altri volumi che
hanno anche sul dorso il loro bravo nome di poeta

L'Arte. XV, 60.
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